Respira questa libertà
Non sono mai stato un amante dello sport: troppa fatica, ogni volta uno sforzo immane. Nel 2013, a 12 anni, scopro perché mi sento sempre così: l’ipertensione arteriosa polmonare. Inizio una terapia con alcuni farmaci, nel corso del tempo i medici la aggiustano in base alla crescita e riesco a vivere in modo assolutamente normale. Fino alla primavera 2024.

Michele Dalla Valle
Di settimana in settimana mi accorgo che il fisico non risponde più come ha sempre fatto, mi stanco prima, quando percorro diversi metri o salgo le scale devo fare delle pause. In due occasioni, provando ad alzarmi, svengo.
Decido di contattare i medici e la settimana successiva sono già in ospedale.
Purtroppo le mie condizioni non migliorano abbastanza. C’è qualcosa che non va.
E infatti un pomeriggio il cardiologo mi convoca a colloquio nel suo ambulatorio. Stanno valutando altri farmaci, alcuni disponibili solo all’estero, ma non credono mi possano aiutare abbastanza. Resta solo un’opportunità: il trapianto di polmoni.
Dopo qualche secondo di silenzio per attutire il colpo, rispondo che sapevo che prima o poi un momento del genere sarebbe arrivato nella mia vita, ma speravo fosse più avanti possibile. Non a questa età. Il medico mi rassicura, non mi ricordo bene cosa dice, nella mia testa stanno già partendo un sacco di ragionamenti diversi.
Mi sono laureato un anno prima, ho iniziato la mia carriera solo qualche mese prima, ho un sacco di progetti da portare avanti e devo fermare tutto ora? A 23 anni? Come funziona l’intervento? Quando sarà? Quanto tempo ci metterò a riprendermi? E se non va bene? E se non si trova un donatore? E se non facciamo in tempo?
A questo punto convivo con la malattia da quasi 11 anni, questa notizia non è un fulmine a ciel sereno, ma è comunque un calcio fortissimo. Il viaggio di rientro a casa dopo le dimissioni è eterno, io e papà parliamo pochissimo e va bene così. La parte più difficile arriva dopo: dare la notizia alla mia famiglia ed i miei amici.
Torno a casa e tutti sono contenti di vedermi, non abbiamo ancora accennato la cosa, ma dalla mia faccia si capisce tutto e cambia subito il clima. Diciamo che è come se fosse esplosa una bomba. Poi il silenzio. I giorni successivi sono tutti uguali. Arriva qualcuno a trovarmi, do la notizia, qualcuno piange, qualcuno non sa cosa dire, qualcuno prova a confortarmi.
Piano piano inizio a metabolizzare la cosa. C’è una possibilità. Si può risolvere il problema. I medici credono si possa fare tutto e sono fiduciosi, perché dovrei dubitare io? Sia chiaro, non ho mai pensato un secondo di lasciare perdere, di gettare la spugna. Non esiste. Se c’è anche solo una piccola possibilità di farcela, non mi tiro indietro. E questa è stata la mia filosofia per i mesi successivi.
A luglio vengo ricoverato per la famosa checklist. Parlo con tutti gli specialisti: questa fase è veramente la svolta, perché ricevo risposta alle mie domande. Tutte, senza nascondere nulla. I medici mi dicono che ovviamente non si sa nulla con certezza, ma sarebbe ideale riuscire a fare il trapianto entro qualche mese. Mi farò trovare pronto, perché mi interessa solo arrivare a fare l’intervento e che tutto vada bene. Quindi telefono sempre acceso e sempre a portata di mano.
La chiamata arriva il 3 settembre 2024. Ho un po’ di ansia, ma sono contento, se tutto va bene finisce l’attesa, e poi cambierà tutto. Saluto i miei familiari e amici più stretti, mi fa un certo effetto ma non si sa se ci rivedremo; piantino veloce e si parte. Arrivo a Padova e mi ricoverano. È tutto pronto. Scendo in sala operatoria. In quel momento non ho paura. In realtà ne ho tantissima, ma non posso farci nulla, se non fidarmi delle mani esperte dei chirurghi. Troppe emozioni in poche ore, molte cose le dimentico.
L’intervento è lungo, ma va bene. Poi c’è la terapia intensiva: a causa di qualche complicazione ci rimango per 17 giorni. Successivamente vengo trasferito nel reparto di chirurgia toracica. Con il passare del tempo le mie condizioni migliorano. C’è qualche problema anche in reparto, ma supero ogni ostacolo. Faccio fisioterapia, tantissime flebo, mangio pochissimo, ma arriviamo alla fine: dopo 101 giorni finalmente le dimissioni. Anche in quell’occasione un piantino è d’obbligo, soprattutto dopo aver realizzato quanto lo staff ha fatto per me. Hanno risolto ogni problema, mi hanno rassicurato in tutto il percorso, ma soprattutto hanno prestato attenzione anche al lato umano. Poi torno a casa. E comincia per davvero la mia nuova vita.
Pian piano torno a camminare, senza sentire il bisogno di fermarmi. Senza affanno, senza fiatone. Non mi ero mai sentito così bene, neanche se ripenso ai primi anni dopo la diagnosi. Tutta un’altra storia. E tutto questo è stato possibile grazie ad una persona che ha scelto di farmi questo regalo. Non so chi fosse e mai lo saprò, ma va bene così. Questa persona non ha salvato solo me, ma anche tutte le persone che fanno parte della mia quotidianità. E chissà quante altre famiglie sono ora serene grazie agli altri doni. Ogni volta che scelgo le scale e non l’ascensore, sposto qualche scatolone o mi alleno in palestra penso a lui. Perché un regalo così non ha prezzo e merita estremo rispetto.
Per ringraziare condivido la mia esperienza, cercando di arrivare a più persone possibile. Sono diventato testimonial Aido, coinvolto soprattutto nel progetto “Giovani Ambasciatori del Dono”. Mi gasa moltissimo vedere che i ragazzi si interessano di argomenti così importanti, che talvolta sembrano molto distanti, ma non lo sono assolutamente.
La vita è una figata, viviamola sempre al massimo.
di Michele Dalla Valle